San Basilio è una delle storiche borgate di Roma, voluta dal regime fascista e inaugurata da Donna Rachele Mussolini nel 1939. Come altre borgate romane, nacque come luogo di deportazione delle classi popolari cacciate dal centro storico — sgradite al sistema o semplicemente d’intralcio al sogno fascista di una Roma imperiale. Dopo decenni di abbandono istituzionale, negli anni ’70 questa borgata sarebbe diventata teatro di una delle pagine più drammatiche nella storia delle lotte per la casa in Italia.
All’inizio degli anni ’70, le famiglie di San Basilio vivevano in condizioni di estremo sovraffollamento, spesso con tre generazioni costrette a condividere pochi metri quadrati. Questa situazione esplosiva si inseriva nel più ampio contesto delle lotte operaie e sociali che attraversavano l’Italia del periodo, in quella che sarebbe stata ricordata come la stagione dei movimenti.
L’occupazione
La scintilla che innescò la mobilitazione fu una decisione dello IACP, l’Istituto Autonomo Case Popolari. L’ente aveva indetto un concorso per l’assegnazione di 600 alloggi nella borgata, ma la procedura venne stravolta: siccome in altre due borgate — Gordiani e Tiburtino III — dovevano essere demolite alcune costruzioni, lo IACP assegnò a quelle famiglie degli alloggi fuori graduatoria. Risultato: solo 285 appartamenti su 600 vennero assegnati tramite regolare concorso, mentre gli altri andarono a chi non aveva partecipato al bando.
Di fronte a questa palese ingiustizia, il 20 febbraio 1973 le famiglie di San Basilio decisero di passare all’azione diretta: 148 appartamenti vennero occupati, 12 in via Fabriano e 136 in via Montecarotto. Il Comitato di Lotta che coordinò l’occupazione rappresentava diverse componenti politiche, ma riconosceva come proprio leader Agostino Bevilacqua, militante di Lotta Continua e direttore dell’omonimo quotidiano.
Per undici mesi gli occupanti organizzarono la propria vita in quegli appartamenti. Ottennero persino l’allacciamento delle utenze domestiche — acqua, luce, gas — un fatto che li portò a credere di aver acquisito un diritto de facto all’abitazione. Si sbagliavano.
Lo sgombero
La mattina del 5 settembre 1974, dopo quasi un anno dall’inizio dell’occupazione, la polizia si presentò in forze per sgomberare gli alloggi. Le donne del quartiere, con i loro bambini, bloccarono i portoni nel tentativo di fermare l’operazione. Ma questo non bastò. Mentre alcune famiglie venivano sgomberate, il nucleo principale degli occupanti si riunì in assemblea per decidere come resistere.

Il giorno seguente la polizia tornò con maggiore determinazione. Gli agenti circondarono le case e iniziarono a sparare lacrimogeni anche sui balconi, mirando direttamente alle finestre degli appartamenti dove si erano asserragliate famiglie. La resistenza fu tale che a metà giornata l’operazione venne sospesa, permettendo alle venti famiglie espulse di rientrare temporaneamente.
Il sabato 7 settembre trascorse in apparente tranquillità. Il Pretore, coinvolto nelle trattative, dichiarò che non avrebbe preso decisioni fino al lunedì successivo, lasciando intendere che nel weekend non ci sarebbero stati interventi. Una rassicurazione che si rivelò una trappola.

La domenica di sangue
Domenica 8 settembre 1974, alle sette del mattino, oltre mille tra poliziotti e carabinieri iniziarono un’operazione di sgombero di proporzioni mai viste in una borgata romana. Non si limitarono a espellere gli occupanti: distrussero mobili e suppellettili, gettandoli dalle finestre in una dimostrazione di forza che aveva il sapore della punizione esemplare.
La situazione precipitò quando una donna, dalla finestra del suo appartamento, esplose dei colpi di fucile ferendo lievemente due agenti e il vicequestore. L’episodio fornì il pretesto per un’ulteriore escalation di violenza da parte delle forze di polizia.
Nel pomeriggio, alle 18, la situazione si aggrava ulteriormente quando la polizia carica l’assemblea organizzata dal Comitato di lotta nella piazza centrale della borgata. Alle 19:15 Fabrizio Ceruso, 19 anni, militante di Autonomia Operaia e del Collettivo Politico di Tivoli, città nella quale risiede con il padre, la madre, un fratello e una sorella, viene colpito da un proiettile e muore mentre viene trasportato in ospedale.

La notizia della morte di Fabrizio scatenò un’esplosione di rabbia. Durante la notte, numerosi colpi di arma da fuoco furono sparati contro le forze di polizia. San Basilio rimase completamente militarizzata e isolata dal resto della città. Il bilancio ufficiale parlò di trenta agenti feriti; il numero dei feriti tra gli occupanti non venne mai precisato.
La mattina del 9 settembre San Basilio aveva l’aspetto di una città sotto assedio: i servizi pubblici sospesi, l’illuminazione pubblica distrutta, il quartiere completamente isolato e presidiato. Le richieste del Comitato di lotta per una sospensione degli sgomberi venivano sistematicamente respinte.
Mercoledì 11 settembre, con ancora 145 famiglie barricatesi negli appartamenti, arrivarono altri duemila poliziotti per quella che «Lotta Continua» definì la “soluzione finale“1 S. Basilio — I proletari uniti rifiutano di vendere la lotta. La polizia abbandona il quartiere!, in «Lotta Continua», 12 settembre 1974.. All’ultimo momento, però, il ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani ordinò il ritiro delle forze di polizia, permettendo alle famiglie di rientrare nelle case occupate.
L’impunità
Il questore Eugenio Testa, accorso sul luogo dopo la morte di Fabrizio, dichiarò che polizia e carabinieri non avevano fatto uso di armi da fuoco. Questa affermazione si basava su una perizia secondo cui nessuna arma in dotazione alle forze di polizia aveva sparato. Come osservato all’epoca: “Sembra tuttavia abbastanza problematico controllare migliaia di armi e che l’operazione si sia compiuta così celermente in quella situazione“2Massimo Sestili, Sotto un cielo di piombo. Le lotte per la casa in una borgata di Roma, san Basilio, settembre 1974, in «Historia Magistra», 1/2009, p.75..
Il responsabile dell’omicidio di Fabrizio Ceruso non venne mai identificato né processato.
Il giorno dopo l’omicidio, «Lotta Continua» pubblicò un’analisi lucida degli eventi:
La decisione di attaccare militarmente il quartiere di San Basilio rivela tutto il suo carattere inequivocabile di scelta politica generale e programmata. Di andare incontro a una strage, non poteva non essere previsto e preventivato. Quello che non è stato previsto è la possibilità che la violenza assassina delle truppe di polizia trovasse una capacità proletaria di rispondere sullo stesso terreno.3Una prova generale, in «Lotta Continua», 10 settembre 1974.
Il giornale denunciò anche il tentativo di dare “una parvenza di legalità all’uso della forza bruta, costruendo l’invenzione degli assegnatari ‘legali’ ”. In realtà, su 26 assegnatari originari, 21 avevano rifiutato gli appartamenti preferendo altri quartieri. La critica si estendeva ai partiti della sinistra istituzionale, PSI e PCI, accusati di “contrapporre agli interessi del proletariato la miope, settaria difesa dei propri interessi di cogestione corporativa nell’amministrazione del mercato edilizio.”
La fine di un ciclo
Questi avvenimenti, che gli abitanti del quartiere ricordano ancora oggi semplicemente come “la guerra”, rappresentarono uno spartiacque. La risposta brutale delle istituzioni aveva dimostrato che non c’erano più margini d’azione per il movimento di lotta per la casa. Come scrisse successivamente lo storico Massimo Sestili:
Il rapimento Moro e l’unità nazionale presto avrebbero sconfitto le ultime residue speranze di un movimento di lotta che era cresciuto con tenacia e costanza. Il movimento aveva saputo coniugare la lotta per un diritto primario come la casa con la richiesta di un modello di sviluppo alternativo, connotandosi come la punta più avanzata di una domanda di trasformazione della società.4Massimo Sestili, Sotto un cielo di piombo. Le lotte per la casa in una borgata di Roma, san Basilio, settembre 1974, in «Historia Magistra», 1/2009, p.81.
La solidarietà e l’organizzazione sociale che avevano caratterizzato il quartiere iniziarono a disgregarsi. Per i proletari di San Basilio, la fine del ciclo di lotte significò la fuga dall’impegno politico e l’arrivo, devastante, della droga nel quartiere. Chi poteva permetterselo emigrò verso altri quartieri, lasciandosi alle spalle una borgata sempre più isolata e abbandonata.
Il murales censurato
Quarant’anni dopo, nel 2014, l’artista di strada Blu — definito dal Guardian uno dei migliori street artist del mondo — realizzò un murales dedicato a Fabrizio Ceruso. L’opera reinterpretava in chiave politica la figura di San Basilio, il santo patrono della borgata, trasformandolo in un paladino del diritto alla casa: con una mano il santo bloccava i poliziotti accorsi per gli sgomberi e trasformava alcuni agenti in pecore e maiali, mentre con l’altra, impugnando una cesoia, rompeva un lucchetto. Un’operazione artistica che fondeva l’iconografia religiosa con la memoria delle lotte sociali del quartiere.

Il Comune di Roma intervenne censurando parzialmente il murales, coprendo con vernice bianca la parte raffigurante le forze dell’ordine. La reazione degli abitanti fu immediata: sulla parte censurata apparve la scritta “CENSURATO”, a testimonianza di come a San Basilio i muri continuino a essere strumento di espressione e resistenza.

Blu commentò sarcasticamente:
Il compitino di oggi è questo: come raccontare la storia di Fabrizio Ceruso e della battaglia di San Basilio in modo ‘politicamente corretto’? Potete inviare le vostre idee al seguente indirizzo: *protected email* (non sono graditi: misticismi, miracoli, suini, ovini e possibili riferimenti orwelliani).
Il muro è stato completato, qualcuno ha gridato allo scandalo, le istituzioni si sono indignate, i giornali hanno scritto, i politici si sono espressi, i censori sono intervenuti.5Blu
La battaglia di San Basilio del 1974 rimane una ferita aperta nella storia di Roma. Fu l’ultimo grande episodio di resistenza collettiva per il diritto alla casa prima del riflusso degli anni ’80. La morte di Fabrizio Ceruso, rimasta impunita, simboleggia la violenza di Stato contro i movimenti sociali, mentre la censura del murales quarant’anni dopo dimostra come quella memoria continui a essere scomoda per le istituzioni.

San Basilio oggi porta ancora i segni di quella sconfitta: la disgregazione sociale, i problemi di criminalità e droga sono l’eredità di una repressione che spezzò non solo un movimento di lotta, ma il tessuto stesso di una comunità. Eppure, nella scritta “CENSURATO” sul muro, nella memoria tenace degli abitanti, nella storia tramandata alle nuove generazioni, sopravvive qualcosa di quella stagione: la consapevolezza che il diritto alla casa e alla dignità non sono concessioni, ma conquiste da difendere.

