Originario di Pietraperzia, comune in provincia di Enna, diciottenne giunse nel settembre 1968 a Torino, una città che prometteva benessere e lavoro, ma in realtà offriva fatica, emarginazione e solitudine. Come altri e altre visse le comuni vicende degli emigranti nelle città del nord, trascinati da un repentino quanto caotico e disordinato processo di inurbamento, indotto dal “miracolo” economico geograficamente disomogeneo. Un percorso che accompagnò la sua personalità, adeguatamente richiamato dagli autori, senza cedere alla memorialistica e/o all’immagine “eroica” dell’individuo, ma restituirla al movimento collettivo composto da operai, studenti, donne, oppressi in rivolta contro ruoli che li volevano subordinati al potere in fabbrica e nella società in generale. La sua vicenda quindi è opportunamente inserita all’interno dell’agire collettivo dei movimenti sociali e di classe che percorsero la città della Fiat, per cogliere come lo sviluppo della coscienza individuale proceda di pari passo con quella collettiva costruendo un comune vocabolario motivazionale. In tal senso, la sua biografia diventa sintesi rappresentativa e esemplare di una parte di storia della prima metà degli anni Settanta del secolo scorso, con particolare riferimento alla città di Torino, vissuta dal punto di vista di un emigrante. La sua vicenda acquisisce un senso compiuto solo se inclusa nella storia dei movimenti di classe, operai e metropolitani degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Movimenti che hanno aperto a nuove prospettive di vita collettiva e individuale.
Dopo vari lavori, nel 1970 fu assunto alla Fiat e collocato alle officine meccaniche di Mirafiori, “buttato” dentro una storia della lotta di classe che dopo la repressione vallettiana dell’immediato dopoguerra aveva appena conosciuto il riscatto dell’autunno caldo del 1969, passando per i “fatti” di Piazza Statuto del luglio 1962, descritti riprendendo un’intervista a Luciano Parlanti. Inevitabile in quel contesto l’incontro con la politica da parte del giovane operaio avvenuta tramite il contatto coi gruppi della nuova sinistra appena formati (Lotta Continua e Potere Operaio), sorti proprio nei mesi più intensi della lotta per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici nel 1969. Opportunamente gli autori richiamano quella stagione di lotte e tratteggiano l’origine dei gruppi della sinistra rivoluzionaria richiamando le lotte studentesche universitarie e la breve ma importante azione dell’Assemblea operai e studenti.
Se la lotta operaia aveva ricomposto la classe, quelle sociali riorganizzavano il proletariato in una simbiosi tra dentro e fuori la fabbrica per prendersi la città, secondo la sintesi fatta dall’appena nata Lotta Continua alla quale Tonino Miccichè aveva aderito. L’incontro coll’azione del movimento fu coinvolgente, rapì tutta la vita, richiamò il dovere di schierarsi rischiando di pagare di persona in un periodo in cui, nel promuovere la lotta dentro e fuori le fabbriche, si riscontrava non solo un crescente clima di intolleranza e violenza fascista, ma anche una preoccupante compenetrazione tra settori dello Stato e gruppi dell’estrema destra. L’emergenza era tale che stimolò la costituzione del Comitato Unitario Antifascista, luogo d’incontro e confronto tra tutte le forze politiche di sinistra, “vecchia” e “nuova”, i sindacati, i giovani e “vecchi” militanti antifascisti, che in breve tempo poté contare su 33 comitati presenti nei quartieri, scuole fabbriche di Torino e in alcune città della provincia.
Nel 1973 fu licenziato dalla Fiat in seguito all’arresto per il fallito attacco, il 27 gennaio di quell’anno, alla sede del Movimento Sociale Italiano che costò 19 ordini di cattura nei confronti di militanti di Lotta Continua, quasi tutto il gruppo dirigente locale, di cui cinque eseguiti. Tra gli arrestati figurava anche Tonino Miccichè che verrà scarcerato e messo in libertà provvisoria il 9 maggio 1973. Per Lotta Continua divenne responsabile dell’intervento nel “settore casa” e, assieme a Daria Basso, si unì ai cittadini della Falchera, appena si sparse la voce dell’occupazione delle case.
Chi emigrava al nord per trovare lavoro lasciava la propria casa, affetti e amicizie. Se capitavano a Torino trovavano alloggi di fortuna nelle soffitte del centro storico, dove poteva capitare che i letti fossero usati da due persone, secondo i diversi turni di lavoro, in attesa di accedere alle case popolari, quartieri ghetto lontani da quelli della Torino bene: Falchera era uno di questi, uno dei tanti ghetti costruiti nella città, impreparata all’afflusso migratorio provocato dalla caotica crescita economica. I gruppi della nuova sinistra torinese che operavano fuori e dentro la fabbrica, sostenevano la costruzione di comitati di lotta per organizzare l’occupazione di edifici con case vuote o sfitte, dando vita ai primi spontanei comitati di quartiere. Un movimento di lotte urbane che attraversò la città dal 1968 al 1976 al quale il libro dedica due capitoli specifici.
Le pratiche per l’assegnazione delle case popolari erano lente e discutibili, sempre più famiglie si trovarono strette nella morsa di affitti esorbitanti per alloggi fatiscenti. A Falchera centinaia di famiglie operaie arrivarono da tutta la città e si organizzarono per occupare e amministrare le case non ancora assegnate, con un forte protagonismo femminile raccontato in un denso capitolo. Miccichè divenne uno dei coordinatori delle occupazioni alla Falchera, figura riconosciuta e stimata. Trattava con le autorità, organizzava, assieme al comitato di quartiere, l’assegnazione degli alloggi alle famiglie di occupanti, provava a mediare i problemi quotidiani che nascevano dalla convivenza di tante persone, assegnatari e occupanti.
Proprio la disputa con una guardia giurata che si era presa un box auto in più oltre a quello già assegnatogli, fu la causa scatenate dell’omicidio. Il comitato per la casa voleva usarla per fare le sue riunioni. Sorse un contrasto dall’esito drammatico: il 17 aprile 1975 la guardia giurata si avvicinò al gruppo di persone estrasse una pistola e sparò in fronte a Tonino Miccichè uccidendolo. Il processo per omicidio volontario si tenne il 2 febbraio 1978, l’autore del delitto fu condannato a 19 anni di carcere, ridotti in appello a 13. Un esito processuale non pienamente condivisibile, perché, ricordano gli autori, la giustizia non riconobbe l’essere stato un omicidio dovuto anche a motivazioni politiche.
La sua morte avvenne nei giorni in cui, alla vigilia del trentesimo anniversario della festa della liberazione, il 16 aprile 1975 a Milano Claudio Varalli, militante del Movimento Studentesco fu ucciso da un fascista. Il giorno dopo sempre a Milano, nel corso di una manifestazione di protesta antifascista, Giannino Zibecchi, studente universitario, morì investito da una camionetta dei carabinieri. A Torino il 18 aprile, alle nove del mattino un numeroso contingente di studenti, proveniente dai vari istituti e scuole in sciopero, si radunò a Palazzo Nuovo e partì in corteo, raggiunse piazza Castello, imboccò via Garibaldi al grido di “corso Francia 19”, sede del Msi. Gli aderenti alla Fgci, circa 2000 studenti, in un corteo di circa 10.000 persone, abbandonarono il corteo. Giunti in piazza Statuto, una parte mosse verso corso Francia dove era ubicata la sede del MSI, protetta da un cordone di polizia. Seppur contrastati dalle forze dell’ordine con lancio di lacrimogeni, come riferiva il Questore, un gruppo riuscì a raggiungere i locali della Federazione devastandoli. Era la risposta dell’antifascismo torinese, titolava il quotidiano Lotta Continua del 19 aprile, “nel nome di Varalli, di Zibecchi, di Miccichè”. Nuovi incidenti tra polizia e dimostranti e nuovi morti e feriti quello stesso giorno. A Firenze, Rodolfo Boschi, militante del PCI fu ucciso da un agente, a Roma Sirio Paccino fu ferito a colpi di pistola da attivisti del MSI, riferivano le cronache.
Il 21 aprile 1975 un lungo corteo funebre, rabbioso e commovente, partì da piazza Crispi per raggiungere piazza San Giovanni dove, fra gli altri, parlò Guido Quazza a nome del Comitato Unitario Antifascista. Un discorso breve, asciutto, toccante: «La realtà torinese ti mostrò subito che la vecchia Resistenza chiedeva una nuova Resistenza, per una lotta sola, la lotta dei proletari contro il capitalismo, la lotta dei proletari contro la sua arma estrema, il fascismo. In questa lotta sei caduto. Ora ci lasci la lezione più alta, la lezione della morte. Grazie caro Tonino. Nel salutarti, prendiamo solenne l’impegno di continuare, vecchi e giovani insieme, in una unità sempre più vasta, sempre più forte, la tua, la nostra battaglia». Poi la salma fu trasferita al suo paese natale, Pietraperzia, dove il 23 aprile si svolse il funerale.
27/Maggio/ 2026
Il libro di Capretti e Lanfranco sarà presentato venerdì 5 giugno alle 18.30 al Centro Gobetti con la partecipazione di Diego Giachetti, Alberto Pantaloni, Marco Scavino, Giulia Novaro e Marco Revelli.
Fonte: https://viatrivero.volerelaluna.it/la-torino-di-tonino-micciche-di-diego-giachetti

















