La Torino di Tonino Miccichè – di Diego Giachetti

Il libro di Ange­lo Capret­ti e Pie­ro Lan­fran­co (Toni­no Mic­ci­chè dal sud alla metro­po­li tori­ne­se, Edi­zio­ni Coli­brì, 2025) pub­bli­ca­to in occa­sio­ne del cin­quan­te­na­rio del­la sua mor­te, avve­nu­ta il 17 apri­le 1975 al quar­tie­re la Fal­che­ra di Tori­no, ucci­so da una guar­dia giu­ra­ta, è par­te di altre ini­zia­ti­ve com­me­mo­ra­ti­ve pro­mos­se l’anno scor­so in col­la­bo­ra­zio­ne con il Cen­tro stu­di Pie­ro Gobet­ti.

Ori­gi­na­rio di Pie­tra­per­zia, comu­ne in pro­vin­cia di Enna, diciot­ten­ne giun­se nel set­tem­bre 1968 a Tori­no, una cit­tà che pro­met­te­va benes­se­re e lavo­ro, ma in real­tà offri­va fati­ca, emar­gi­na­zio­ne e soli­tu­di­ne. Come altri e altre vis­se le comu­ni vicen­de degli emi­gran­ti nel­le cit­tà del nord, tra­sci­na­ti da un repen­ti­no quan­to cao­ti­co e disor­di­na­to pro­ces­so di inur­ba­men­to, indot­to dal “mira­co­lo” eco­no­mi­co geo­gra­fi­ca­men­te diso­mo­ge­neo. Un per­cor­so che accom­pa­gnò la sua per­so­na­li­tà, ade­gua­ta­men­te richia­ma­to dagli auto­ri, sen­za cede­re alla memo­ria­li­sti­ca e/o all’immagine “eroi­ca” dell’individuo, ma resti­tuir­la al movi­men­to col­let­ti­vo com­po­sto da ope­rai, stu­den­ti, don­ne, oppres­si in rivol­ta con­tro ruo­li che li vole­va­no subor­di­na­ti al pote­re in fab­bri­ca e nel­la socie­tà in gene­ra­le. La sua vicen­da quin­di è oppor­tu­na­men­te inse­ri­ta all’interno dell’agire col­let­ti­vo dei movi­men­ti socia­li e di clas­se che per­cor­se­ro la cit­tà del­la Fiat, per coglie­re come lo svi­lup­po del­la coscien­za indi­vi­dua­le pro­ce­da di pari pas­so con quel­la col­let­ti­va costruen­do un comu­ne voca­bo­la­rio moti­va­zio­na­le. In tal sen­so, la sua bio­gra­fia diven­ta sin­te­si rap­pre­sen­ta­ti­va e esem­pla­re di una par­te di sto­ria del­la pri­ma metà degli anni Set­tan­ta del seco­lo scor­so, con par­ti­co­la­re rife­ri­men­to alla cit­tà di Tori­no, vis­su­ta dal pun­to di vista di un emi­gran­te. La sua vicen­da acqui­si­sce un sen­so com­piu­to solo se inclu­sa nel­la sto­ria dei movi­men­ti di clas­se, ope­rai e metro­po­li­ta­ni degli anni Ses­san­ta e Set­tan­ta del seco­lo scor­so. Movi­men­ti che han­no aper­to a nuo­ve pro­spet­ti­ve di vita col­let­ti­va e indi­vi­dua­le.

Dopo vari lavo­ri, nel 1970 fu assun­to alla Fiat e col­lo­ca­to alle offi­ci­ne mec­ca­ni­che di Mira­fio­ri, “but­ta­to” den­tro una sto­ria del­la lot­ta di clas­se che dopo la repres­sio­ne val­let­tia­na dell’immediato dopo­guer­ra ave­va appe­na cono­sciu­to il riscat­to dell’autunno cal­do del 1969, pas­san­do per i “fat­ti” di Piaz­za Sta­tu­to del luglio 1962, descrit­ti ripren­den­do un’intervista a Lucia­no Par­lan­ti. Ine­vi­ta­bi­le in quel con­te­sto l’incontro con la poli­ti­ca da par­te del gio­va­ne ope­ra­io avve­nu­ta tra­mi­te il con­tat­to coi grup­pi del­la nuo­va sini­stra appe­na for­ma­ti (Lot­ta Con­ti­nua e Pote­re Ope­ra­io), sor­ti pro­prio nei mesi più inten­si del­la lot­ta per il rin­no­vo del con­trat­to dei metal­mec­ca­ni­ci nel 1969. Oppor­tu­na­men­te gli auto­ri richia­ma­no quel­la sta­gio­ne di lot­te e trat­teg­gia­no l’origine dei grup­pi del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria richia­man­do le lot­te stu­den­te­sche uni­ver­si­ta­rie e la bre­ve ma impor­tan­te azio­ne dell’Assemblea ope­rai e stu­den­ti.

Se la lot­ta ope­ra­ia ave­va ricom­po­sto la clas­se, quel­le socia­li rior­ga­niz­za­va­no il pro­le­ta­ria­to in una sim­bio­si tra den­tro e fuo­ri la fab­bri­ca per pren­der­si la cit­tà, secon­do la sin­te­si fat­ta dall’appena nata Lot­ta Con­ti­nua alla qua­le Toni­no Mic­ci­chè ave­va ade­ri­to. L’incontro coll’azione del movi­men­to fu coin­vol­gen­te, rapì tut­ta la vita, richia­mò il dove­re di schie­rar­si rischian­do di paga­re di per­so­na in un perio­do in cui, nel pro­muo­ve­re la lot­ta den­tro e fuo­ri le fab­bri­che, si riscon­tra­va non solo un cre­scen­te cli­ma di intol­le­ran­za e vio­len­za fasci­sta, ma anche una pre­oc­cu­pan­te com­pe­ne­tra­zio­ne tra set­to­ri del­lo Sta­to e grup­pi dell’estrema destra. L’emergenza era tale che sti­mo­lò la costi­tu­zio­ne del Comi­ta­to Uni­ta­rio Anti­fa­sci­sta, luo­go d’incontro e con­fron­to tra tut­te le for­ze poli­ti­che di sini­stra, “vec­chia” e “nuo­va”, i sin­da­ca­ti, i gio­va­ni e “vec­chi” mili­tan­ti anti­fa­sci­sti, che in bre­ve tem­po poté con­ta­re su 33 comi­ta­ti pre­sen­ti nei quar­tie­ri, scuo­le fab­bri­che di Tori­no e in alcu­ne cit­tà del­la pro­vin­cia.

Nel 1973 fu licen­zia­to dal­la Fiat in segui­to all’arresto per il fal­li­to attac­co, il 27 gen­na­io di quell’anno, alla sede del Movi­men­to Socia­le Ita­lia­no che costò 19 ordi­ni di cat­tu­ra nei con­fron­ti di mili­tan­ti di Lot­ta Con­ti­nua, qua­si tut­to il grup­po diri­gen­te loca­le, di cui cin­que ese­gui­ti. Tra gli arre­sta­ti figu­ra­va anche Toni­no Mic­ci­chè che ver­rà scar­ce­ra­to e mes­so in liber­tà prov­vi­so­ria il 9 mag­gio 1973. Per Lot­ta Con­ti­nua diven­ne respon­sa­bi­le dell’intervento nel “set­to­re casa” e, assie­me a Daria Bas­so, si unì ai cit­ta­di­ni del­la Fal­che­ra, appe­na si spar­se la voce dell’occupazione del­le case.

Chi emi­gra­va al nord per tro­va­re lavo­ro lascia­va la pro­pria casa, affet­ti e ami­ci­zie. Se capi­ta­va­no a Tori­no tro­va­va­no allog­gi di for­tu­na nel­le sof­fit­te del cen­tro sto­ri­co, dove pote­va capi­ta­re che i let­ti fos­se­ro usa­ti da due per­so­ne, secon­do i diver­si tur­ni di lavo­ro, in atte­sa di acce­de­re alle case popo­la­ri, quar­tie­ri ghet­to lon­ta­ni da quel­li del­la Tori­no bene: Fal­che­ra era uno di que­sti, uno dei tan­ti ghet­ti costrui­ti nel­la cit­tà, impre­pa­ra­ta all’afflusso migra­to­rio pro­vo­ca­to dal­la cao­ti­ca cre­sci­ta eco­no­mi­ca. I grup­pi del­la nuo­va sini­stra tori­ne­se che ope­ra­va­no fuo­ri e den­tro la fab­bri­ca, soste­ne­va­no la costru­zio­ne di comi­ta­ti di lot­ta per orga­niz­za­re l’occupazione di edi­fi­ci con case vuo­te o sfit­te, dan­do vita ai pri­mi spon­ta­nei comi­ta­ti di quar­tie­re. Un movi­men­to di lot­te urba­ne che attra­ver­sò la cit­tà dal 1968 al 1976 al qua­le il libro dedi­ca due capi­to­li spe­ci­fi­ci.

Le pra­ti­che per l’assegnazione del­le case popo­la­ri era­no len­te e discu­ti­bi­li, sem­pre più fami­glie si tro­va­ro­no stret­te nel­la mor­sa di affit­ti esor­bi­tan­ti per allog­gi fati­scen­ti. A Fal­che­ra cen­ti­na­ia di fami­glie ope­ra­ie arri­va­ro­no da tut­ta la cit­tà e si orga­niz­za­ro­no per occu­pa­re e ammi­ni­stra­re le case non anco­ra asse­gna­te, con un for­te pro­ta­go­ni­smo fem­mi­ni­le rac­con­ta­to in un den­so capi­to­lo. Mic­ci­chè diven­ne uno dei coor­di­na­to­ri del­le occu­pa­zio­ni alla Fal­che­ra, figu­ra rico­no­sciu­ta e sti­ma­ta. Trat­ta­va con le auto­ri­tà, orga­niz­za­va, assie­me al comi­ta­to di quar­tie­re, l’assegnazione degli allog­gi alle fami­glie di occu­pan­ti, pro­va­va a media­re i pro­ble­mi quo­ti­dia­ni che nasce­va­no dal­la con­vi­ven­za di tan­te per­so­ne, asse­gna­ta­ri e occu­pan­ti.

Pro­prio la dispu­ta con una guar­dia giu­ra­ta che si era pre­sa un box auto in più oltre a quel­lo già asse­gna­to­gli, fu la cau­sa sca­te­na­te dell’omicidio. Il comi­ta­to per la casa vole­va usar­la per fare le sue riu­nio­ni. Sor­se un con­tra­sto dall’esito dram­ma­ti­co: il 17 apri­le 1975 la guar­dia giu­ra­ta si avvi­ci­nò al grup­po di per­so­ne estras­se una pisto­la e spa­rò in fron­te a Toni­no Mic­ci­chè ucci­den­do­lo. Il pro­ces­so per omi­ci­dio volon­ta­rio si ten­ne il 2 feb­bra­io 1978, l’autore del delit­to fu con­dan­na­to a 19 anni di car­ce­re, ridot­ti in appel­lo a 13. Un esi­to pro­ces­sua­le non pie­na­men­te con­di­vi­si­bi­le, per­ché, ricor­da­no gli auto­ri, la giu­sti­zia non rico­nob­be l’essere sta­to un omi­ci­dio dovu­to anche a moti­va­zio­ni poli­ti­che.

La sua mor­te avven­ne nei gior­ni in cui, alla vigi­lia del tren­te­si­mo anni­ver­sa­rio del­la festa del­la libe­ra­zio­ne, il 16 apri­le 1975 a Mila­no Clau­dio Varal­li, mili­tan­te del Movi­men­to Stu­den­te­sco fu ucci­so da un fasci­sta. Il gior­no dopo sem­pre a Mila­no, nel cor­so di una mani­fe­sta­zio­ne di pro­te­sta anti­fa­sci­sta, Gian­ni­no Zibec­chi, stu­den­te uni­ver­si­ta­rio, morì inve­sti­to da una camio­net­ta dei cara­bi­nie­ri. A Tori­no il 18 apri­le, alle nove del mat­ti­no un nume­ro­so con­tin­gen­te di stu­den­ti, pro­ve­nien­te dai vari isti­tu­ti e scuo­le in scio­pe­ro, si radu­nò a Palaz­zo Nuo­vo e par­tì in cor­teo, rag­giun­se piaz­za Castel­lo, imboc­cò via Gari­bal­di al gri­do di “cor­so Fran­cia 19”, sede del Msi. Gli ade­ren­ti alla Fgci, cir­ca 2000 stu­den­ti, in un cor­teo di cir­ca 10.000 per­so­ne, abban­do­na­ro­no il cor­teo. Giun­ti in piaz­za Sta­tu­to, una par­te mos­se ver­so cor­so Fran­cia dove era ubi­ca­ta la sede del MSI, pro­tet­ta da un cor­do­ne di poli­zia. Sep­pur con­tra­sta­ti dal­le for­ze dell’ordine con lan­cio di lacri­mo­ge­ni, come rife­ri­va il Que­sto­re, un grup­po riu­scì a rag­giun­ge­re i loca­li del­la Fede­ra­zio­ne deva­stan­do­li. Era la rispo­sta dell’antifascismo tori­ne­se, tito­la­va il quo­ti­dia­no Lot­ta Con­ti­nua del 19 apri­le, “nel nome di Varal­li, di Zibec­chi, di Mic­ci­chè”. Nuo­vi inci­den­ti tra poli­zia e dimo­stran­ti e nuo­vi mor­ti e feri­ti quel­lo stes­so gior­no. A Firen­ze, Rodol­fo Boschi, mili­tan­te del PCI fu ucci­so da un agen­te, a Roma Sirio Pac­ci­no fu feri­to a col­pi di pisto­la da atti­vi­sti del MSI, rife­ri­va­no le cro­na­che.

Il 21 apri­le 1975 un lun­go cor­teo fune­bre, rab­bio­so e com­mo­ven­te, par­tì da piaz­za Cri­spi per rag­giun­ge­re piaz­za San Gio­van­ni dove, fra gli altri, par­lò Gui­do Quaz­za a nome del Comi­ta­to Uni­ta­rio Anti­fa­sci­sta. Un discor­so bre­ve, asciut­to, toc­can­te: «La real­tà tori­ne­se ti mostrò subi­to che la vec­chia Resi­sten­za chie­de­va una nuo­va Resi­sten­za, per una lot­ta sola, la lot­ta dei pro­le­ta­ri con­tro il capi­ta­li­smo, la lot­ta dei pro­le­ta­ri con­tro la sua arma estre­ma, il fasci­smo. In que­sta lot­ta sei cadu­to. Ora ci lasci la lezio­ne più alta, la lezio­ne del­la mor­te. Gra­zie caro Toni­no. Nel salu­tar­ti, pren­dia­mo solen­ne l’impegno di con­ti­nua­re, vec­chi e gio­va­ni insie­me, in una uni­tà sem­pre più vasta, sem­pre più for­te, la tua, la nostra bat­ta­glia». Poi la sal­ma fu tra­sfe­ri­ta al suo pae­se nata­le, Pie­tra­per­zia, dove il 23 apri­le si svol­se il fune­ra­le.

27/Maggio/ 2026

Il libro di Capret­ti e Lan­fran­co sarà pre­sen­ta­to vener­dì 5 giu­gno alle 18.30 al Cen­tro Gobet­ti con la par­te­ci­pa­zio­ne di Die­go Gia­chet­ti, Alber­to Pan­ta­lo­ni, Mar­co Sca­vi­no, Giu­lia Nova­ro e Mar­co Revel­li.

Fon­te: https://viatrivero.volerelaluna.it/la-torino-di-tonino-micciche-di-diego-giachetti

Tonino Miccichè. Dal Sud alla metropoli torinese (Rec.)

Copertina del libro Tonino Miccichè Dal Sud alla metropoli torinese Edizioni Colibrì 2025

Più che una sem­pli­ce bio­gra­fia, que­sto volu­me si con­fi­gu­ra come un ambi­zio­so per­cor­so sto­ri­co-poli­ti­co teso a “rial­lac­cia­re il filo spez­za­to del­la tra­di­zio­ne degli oppres­si”, recu­pe­ran­do la memo­ria fon­da­men­ta­le del movi­men­to ope­ra­io ita­lia­no e le sue lot­te.

Pub­bli­ca­to in occa­sio­ne del cin­quan­te­si­mo anni­ver­sa­rio del suo assas­si­nio (la pri­ma edi­zio­ne è usci­ta nel set­tem­bre 2025), il testo si con­cen­tra su Anto­nio “Toni­no” Mic­ci­chè, mili­tan­te e diri­gen­te poli­ti­co di Lot­ta Con­ti­nua. L’o­biet­ti­vo degli auto­ri non è crea­re un’a­gio­gra­fia o una mera nar­ra­zio­ne memo­ria­li­sti­ca, ma piut­to­sto inse­ri­re la vicen­da per­so­na­le di Toni­no all’in­ter­no del più vasto e com­ples­so movi­men­to col­let­ti­vo di lot­te socia­li e ope­ra­ie che carat­te­riz­zò quel decen­nio Chi era Toni­no Mic­ci­chè nel­le paro­le di Gio­van­ni De Luna.

La vicen­da di Mic­ci­chè è l’em­ble­ma di quel­la migra­zio­ne di mas­sa che, negli anni Ses­san­ta, por­tò miglia­ia di gio­va­ni dal Sud a Tori­no con il “tre­no del Sole”. La sua sto­ria ini­zia in Sici­lia, a Pie­tra­per­zia (in pro­vin­cia di Enna), e lo vede sbar­ca­re nel­la metro­po­li pie­mon­te­se. Assun­to alle Mec­ca­ni­che di Mira­fio­ri, Toni­no si affer­mò rapi­da­men­te come uno dei pro­ta­go­ni­sti del con­flit­to tra la “nuo­va clas­se ope­ra­ia” e la Fiat, distin­guen­do­si come avan­guar­dia di lot­ta in un con­te­sto osti­le e pro­fon­da­men­te alie­nan­te per gli immi­gra­ti. A segui­to del­la vicen­da che por­tò al suo licen­zia­men­to dal­la Fiat (lega­ta a un arre­sto ingiu­sto e alla repres­sio­ne poli­ti­ca), Mic­ci­chè diven­ne il respon­sa­bi­le del “set­to­re casa” di Lot­ta Con­ti­nua. Fu in pri­ma linea nel­le bat­ta­glie per il dirit­to alla casa e nel­la sto­ri­ca occu­pa­zio­ne del 1974–1975 del­la Fal­che­ra Nuo­va. Il suo impe­gno nel­le trat­ta­ti­ve con il Comu­ne per l’as­se­gna­zio­ne degli allog­gi agli occu­pan­ti, moti­va­to uni­ca­men­te da una pro­fon­da “soli­da­rie­tà di clas­se”, gli val­se il rispet­to­so appel­la­ti­vo di “Sin­da­co del­la Fal­che­ra.

La sua tra­gi­ca mor­te, assas­si­na­to da un vigi­lan­te per ragio­ni stret­ta­men­te con­nes­se alla sua atti­vi­tà poli­ti­ca, ma ridot­ta dal­la giu­sti­zia a una bana­le lite per un box, è ana­liz­za­ta nel capi­to­lo “Un omi­ci­dio poli­ti­co che la giu­sti­zia non rico­nob­be”. L’o­pe­ra riba­di­sce che la sua sto­ria è indis­so­lu­bil­men­te intrec­cia­ta a quel­la dei movi­men­ti di clas­se ope­rai e metro­po­li­ta­ni degli anni Ses­san­ta e Set­tan­ta, dimo­stran­do come, citan­do il testo, “nel­la sto­ri­ca tra­di­zio­ne degli oppres­si lo svi­lup­po del­la coscien­za indi­vi­dua­le e di quel­la col­let­ti­va ten­do­no a sovrap­por­si in pre­sen­za dei movi­men­ti del­le lot­te” Leg­gi la nota degli auto­ri.

Strut­tu­ra­to in modo da copri­re le tap­pe cru­cia­li del­la vita di Mic­ci­chè e del suo con­te­sto sto­ri­co – con capi­to­li dedi­ca­ti a temi come “Tori­no, la Fiat e gli ope­rai: da Val­let­ta all’au­tun­no cal­do” e “La Fal­che­ra pian­ge Toni­no” – il volu­me, edi­to da Edi­zio­ni Coli­brì, inclu­de anche appro­fon­di­men­ti tema­ti­ci essen­zia­li, come le lot­te per le auto­ri­du­zio­ni e i retro­sce­na del pro­ces­so Vedi l’in­di­ce del libro.

Que­sto libro non è solo una rico­stru­zio­ne sto­ri­ca, ma un’o­pe­ra fon­da­men­ta­le per chiun­que desi­de­ri com­pren­de­re le radi­ci del con­flit­to socia­le a Tori­no, il feno­me­no del­l’im­mi­gra­zio­ne inter­na e l’e­mer­ge­re del­la “nuo­va clas­se ope­ra­ia”. È un vibran­te omag­gio a un mili­tan­te e un’e­re­di­tà che con­fer­ma che: “ribel­lar­si è giu­sto” Guar­da alcu­ne imma­gi­ni pre­sen­ti nel libro.

L. G.

La battaglia di San Basilio: storia, violenza e lotte per la casa a Roma. La morte di Fabrizio Ceruso

San Basilio 50 anni dopo.

San Basi­lio è una del­le sto­ri­che bor­ga­te di Roma, volu­ta dal regi­me fasci­sta e inau­gu­ra­ta da Don­na Rache­le Mus­so­li­ni nel 1939. Come altre bor­ga­te roma­ne, nac­que come luo­go di depor­ta­zio­ne del­le clas­si popo­la­ri cac­cia­te dal cen­tro sto­ri­co — sgra­di­te al siste­ma o sem­pli­ce­men­te d’in­tral­cio al sogno fasci­sta di una Roma impe­ria­le. Dopo decen­ni di abban­do­no isti­tu­zio­na­le, negli anni ’70 que­sta bor­ga­ta sareb­be diven­ta­ta tea­tro di una del­le pagi­ne più dram­ma­ti­che nel­la sto­ria del­le lot­te per la casa in Ita­lia.

All’i­ni­zio degli anni ’70, le fami­glie di San Basi­lio vive­va­no in con­di­zio­ni di estre­mo sovraf­fol­la­men­to, spes­so con tre gene­ra­zio­ni costret­te a con­di­vi­de­re pochi metri qua­dra­ti. Que­sta situa­zio­ne esplo­si­va si inse­ri­va nel più ampio con­te­sto del­le lot­te ope­ra­ie e socia­li che attra­ver­sa­va­no l’I­ta­lia del perio­do, in quel­la che sareb­be sta­ta ricor­da­ta come la sta­gio­ne dei movi­men­ti.

L’occupazione

La scin­til­la che inne­scò la mobi­li­ta­zio­ne fu una deci­sio­ne del­lo IACP, l’I­sti­tu­to Auto­no­mo Case Popo­la­ri. L’en­te ave­va indet­to un con­cor­so per l’as­se­gna­zio­ne di 600 allog­gi nel­la bor­ga­ta, ma la pro­ce­du­ra ven­ne stra­vol­ta: sic­co­me in altre due bor­ga­te — Gor­dia­ni e Tibur­ti­no III — dove­va­no esse­re demo­li­te alcu­ne costru­zio­ni, lo IACP asse­gnò a quel­le fami­glie degli allog­gi fuo­ri gra­dua­to­ria. Risul­ta­to: solo 285 appar­ta­men­ti su 600 ven­ne­ro asse­gna­ti tra­mi­te rego­la­re con­cor­so, men­tre gli altri anda­ro­no a chi non ave­va par­te­ci­pa­to al ban­do.

Di fron­te a que­sta pale­se ingiu­sti­zia, il 20 feb­bra­io 1973 le fami­glie di San Basi­lio deci­se­ro di pas­sa­re all’a­zio­ne diret­ta: 148 appar­ta­men­ti ven­ne­ro occu­pa­ti, 12 in via Fabria­no e 136 in via Mon­te­ca­rot­to. Il Comi­ta­to di Lot­ta che coor­di­nò l’oc­cu­pa­zio­ne rap­pre­sen­ta­va diver­se com­po­nen­ti poli­ti­che, ma rico­no­sce­va come pro­prio lea­der Ago­sti­no Bevi­lac­qua, mili­tan­te di Lot­ta Con­ti­nua e diret­to­re del­l’o­mo­ni­mo quo­ti­dia­no.

Per undi­ci mesi gli occu­pan­ti orga­niz­za­ro­no la pro­pria vita in que­gli appar­ta­men­ti. Otten­ne­ro per­si­no l’al­lac­cia­men­to del­le uten­ze dome­sti­che — acqua, luce, gas — un fat­to che li por­tò a cre­de­re di aver acqui­si­to un dirit­to de fac­to all’a­bi­ta­zio­ne. Si sba­glia­va­no.

Lo sgombero

La mat­ti­na del 5 set­tem­bre 1974, dopo qua­si un anno dal­l’i­ni­zio del­l’oc­cu­pa­zio­ne, la poli­zia si pre­sen­tò in for­ze per sgom­be­ra­re gli allog­gi. Le don­ne del quar­tie­re, con i loro bam­bi­ni, bloc­ca­ro­no i por­to­ni nel ten­ta­ti­vo di fer­ma­re l’o­pe­ra­zio­ne. Ma que­sto non bastò. Men­tre alcu­ne fami­glie veni­va­no sgom­be­ra­te, il nucleo prin­ci­pa­le degli occu­pan­ti si riu­nì in assem­blea per deci­de­re come resi­ste­re.

San Basilio. Un momento degli scontri.
San Basi­lio. Un momen­to degli scon­tri.

Il gior­no seguen­te la poli­zia tor­nò con mag­gio­re deter­mi­na­zio­ne. Gli agen­ti cir­con­da­ro­no le case e ini­zia­ro­no a spa­ra­re lacri­mo­ge­ni anche sui bal­co­ni, miran­do diret­ta­men­te alle fine­stre degli appar­ta­men­ti dove si era­no asser­ra­glia­te fami­glie. La resi­sten­za fu tale che a metà gior­na­ta l’o­pe­ra­zio­ne ven­ne sospe­sa, per­met­ten­do alle ven­ti fami­glie espul­se di rien­tra­re tem­po­ra­nea­men­te.

Il saba­to 7 set­tem­bre tra­scor­se in appa­ren­te tran­quil­li­tà. Il Pre­to­re, coin­vol­to nel­le trat­ta­ti­ve, dichia­rò che non avreb­be pre­so deci­sio­ni fino al lune­dì suc­ces­si­vo, lascian­do inten­de­re che nel wee­kend non ci sareb­be­ro sta­ti inter­ven­ti. Una ras­si­cu­ra­zio­ne che si rive­lò una trap­po­la.

La domenica di sangue

Dome­ni­ca 8 set­tem­bre 1974, alle set­te del mat­ti­no, oltre mil­le tra poli­ziot­ti e cara­bi­nie­ri ini­zia­ro­no un’o­pe­ra­zio­ne di sgom­be­ro di pro­por­zio­ni mai viste in una bor­ga­ta roma­na. Non si limi­ta­ro­no a espel­le­re gli occu­pan­ti: distrus­se­ro mobi­li e sup­pel­let­ti­li, get­tan­do­li dal­le fine­stre in una dimo­stra­zio­ne di for­za che ave­va il sapo­re del­la puni­zio­ne esem­pla­re.

La situa­zio­ne pre­ci­pi­tò quan­do una don­na, dal­la fine­stra del suo appar­ta­men­to, esplo­se dei col­pi di fuci­le feren­do lie­ve­men­te due agen­ti e il vice­que­sto­re. L’e­pi­so­dio for­nì il pre­te­sto per un’ul­te­rio­re esca­la­tion di vio­len­za da par­te del­le for­ze di poli­zia.

Nel pome­rig­gio, alle 18, la situa­zio­ne si aggra­va ulte­rior­men­te quan­do la poli­zia cari­ca l’as­sem­blea orga­niz­za­ta dal Comi­ta­to di lot­ta nel­la piaz­za cen­tra­le del­la bor­ga­ta. Alle 19:15 Fabri­zio Ceru­so, 19 anni, mili­tan­te di Auto­no­mia Ope­ra­ia e del Col­let­ti­vo Poli­ti­co di Tivo­li, cit­tà nel­la qua­le risie­de con il padre, la madre, un fra­tel­lo e una sorel­la, vie­ne col­pi­to da un pro­iet­ti­le e muo­re men­tre vie­ne tra­spor­ta­to in ospe­da­le.

Il luogo dove fu ucciso Fabrizio Ceruso
Il luo­go dove fu ucci­so Fabri­zio Ceru­so

 

La noti­zia del­la mor­te di Fabri­zio sca­te­nò un’e­splo­sio­ne di rab­bia. Duran­te la not­te, nume­ro­si col­pi di arma da fuo­co furo­no spa­ra­ti con­tro le for­ze di poli­zia. San Basi­lio rima­se com­ple­ta­men­te mili­ta­riz­za­ta e iso­la­ta dal resto del­la cit­tà. Il bilan­cio uffi­cia­le par­lò di tren­ta agen­ti feri­ti; il nume­ro dei feri­ti tra gli occu­pan­ti non ven­ne mai pre­ci­sa­to.

La mat­ti­na del 9 set­tem­bre San Basi­lio ave­va l’a­spet­to di una cit­tà sot­to asse­dio: i ser­vi­zi pub­bli­ci sospe­si, l’il­lu­mi­na­zio­ne pub­bli­ca distrut­ta, il quar­tie­re com­ple­ta­men­te iso­la­to e pre­si­dia­to. Le richie­ste del Comi­ta­to di lot­ta per una sospen­sio­ne degli sgom­be­ri veni­va­no siste­ma­ti­ca­men­te respin­te.

Mer­co­le­dì 11 set­tem­bre, con anco­ra 145 fami­glie bar­ri­ca­te­si negli appar­ta­men­ti, arri­va­ro­no altri due­mi­la poli­ziot­ti per quel­la che «Lot­ta Con­ti­nua» defi­nì la “solu­zio­ne fina­le“1 S. Basi­lio — I pro­le­ta­ri uni­ti rifiu­ta­no di ven­de­re la lot­ta. La poli­zia abban­do­na il quar­tie­re!, in «Lot­ta Con­ti­nua», 12 set­tem­bre 1974.. All’ul­ti­mo momen­to, però, il mini­stro degli Inter­ni Pao­lo Emi­lio Tavia­ni ordi­nò il riti­ro del­le for­ze di poli­zia, per­met­ten­do alle fami­glie di rien­tra­re nel­le case occu­pa­te.

L’impunità

Il que­sto­re Euge­nio Testa, accor­so sul luo­go dopo la mor­te di Fabri­zio, dichia­rò che poli­zia e cara­bi­nie­ri non ave­va­no fat­to uso di armi da fuo­co. Que­sta affer­ma­zio­ne si basa­va su una peri­zia secon­do cui nes­su­na arma in dota­zio­ne alle for­ze di poli­zia ave­va spa­ra­to. Come osser­va­to all’e­po­ca: “Sem­bra tut­ta­via abba­stan­za pro­ble­ma­ti­co con­trol­la­re miglia­ia di armi e che l’o­pe­ra­zio­ne si sia com­piu­ta così celer­men­te in quel­la situa­zio­ne“2Mas­si­mo Sesti­li, Sot­to un cie­lo di piom­bo. Le lot­te per la casa in una bor­ga­ta di Roma, san Basi­lio, set­tem­bre 1974, in «Histo­ria Magi­stra», 1/2009, p.75..

Il respon­sa­bi­le del­l’o­mi­ci­dio di Fabri­zio Ceru­so non ven­ne mai iden­ti­fi­ca­to né pro­ces­sa­to.

Il gior­no dopo l’o­mi­ci­dio, «Lot­ta Con­ti­nua» pub­bli­cò un’a­na­li­si luci­da degli even­ti:

La deci­sio­ne di attac­ca­re mili­tar­men­te il quar­tie­re di San Basi­lio rive­la tut­to il suo carat­te­re ine­qui­vo­ca­bi­le di scel­ta poli­ti­ca gene­ra­le e pro­gram­ma­ta. Di anda­re incon­tro a una stra­ge, non pote­va non esse­re pre­vi­sto e pre­ven­ti­va­to. Quel­lo che non è sta­to pre­vi­sto è la pos­si­bi­li­tà che la vio­len­za assas­si­na del­le trup­pe di poli­zia tro­vas­se una capa­ci­tà pro­le­ta­ria di rispon­de­re sul­lo stes­so ter­re­no.3Una pro­va gene­ra­le, in «Lot­ta Con­ti­nua», 10 set­tem­bre 1974.

Il gior­na­le denun­ciò anche il ten­ta­ti­vo di dare “una par­ven­za di lega­li­tà all’u­so del­la for­za bru­ta, costruen­do l’in­ven­zio­ne degli asse­gna­ta­ri ‘lega­li’ ”. In real­tà, su 26 asse­gna­ta­ri ori­gi­na­ri, 21 ave­va­no rifiu­ta­to gli appar­ta­men­ti pre­fe­ren­do altri quar­tie­ri. La cri­ti­ca si esten­de­va ai par­ti­ti del­la sini­stra isti­tu­zio­na­le, PSI e PCI, accu­sa­ti di “con­trap­por­re agli inte­res­si del pro­le­ta­ria­to la mio­pe, set­ta­ria dife­sa dei pro­pri inte­res­si di coge­stio­ne cor­po­ra­ti­va nel­l’am­mi­ni­stra­zio­ne del mer­ca­to edi­li­zio.”

La fine di un ciclo

Que­sti avve­ni­men­ti, che gli abi­tan­ti del quar­tie­re ricor­da­no anco­ra oggi sem­pli­ce­men­te come “la guer­ra”, rap­pre­sen­ta­ro­no uno spar­tiac­que. La rispo­sta bru­ta­le del­le isti­tu­zio­ni ave­va dimo­stra­to che non c’e­ra­no più mar­gi­ni d’a­zio­ne per il movi­men­to di lot­ta per la casa. Come scris­se suc­ces­si­va­men­te lo sto­ri­co Mas­si­mo Sesti­li:

Il rapi­men­to Moro e l’u­ni­tà nazio­na­le pre­sto avreb­be­ro scon­fit­to le ulti­me resi­due spe­ran­ze di un movi­men­to di lot­ta che era cre­sciu­to con tena­cia e costan­za. Il movi­men­to ave­va sapu­to coniu­ga­re la lot­ta per un dirit­to pri­ma­rio come la casa con la richie­sta di un model­lo di svi­lup­po alter­na­ti­vo, con­no­tan­do­si come la pun­ta più avan­za­ta di una doman­da di tra­sfor­ma­zio­ne del­la socie­tà.4Mas­si­mo Sesti­li, Sot­to un cie­lo di piom­bo. Le lot­te per la casa in una bor­ga­ta di Roma, san Basi­lio, set­tem­bre 1974, in «Histo­ria Magi­stra», 1/2009, p.81.

La soli­da­rie­tà e l’or­ga­niz­za­zio­ne socia­le che ave­va­no carat­te­riz­za­to il quar­tie­re ini­zia­ro­no a disgre­gar­si. Per i pro­le­ta­ri di San Basi­lio, la fine del ciclo di lot­te signi­fi­cò la fuga dal­l’im­pe­gno poli­ti­co e l’ar­ri­vo, deva­stan­te, del­la dro­ga nel quar­tie­re. Chi pote­va per­met­ter­se­lo emi­grò ver­so altri quar­tie­ri, lascian­do­si alle spal­le una bor­ga­ta sem­pre più iso­la­ta e abban­do­na­ta.

Il murales censurato

Qua­ran­t’an­ni dopo, nel 2014, l’ar­ti­sta di stra­da Blu — defi­ni­to dal Guar­dian uno dei miglio­ri street arti­st del mon­do — rea­liz­zò un mura­les dedi­ca­to a Fabri­zio Ceru­so. L’o­pe­ra rein­ter­pre­ta­va in chia­ve poli­ti­ca la figu­ra di San Basi­lio, il san­to patro­no del­la bor­ga­ta, tra­sfor­man­do­lo in un pala­di­no del dirit­to alla casa: con una mano il san­to bloc­ca­va i poli­ziot­ti accor­si per gli sgom­be­ri e tra­sfor­ma­va alcu­ni agen­ti in peco­re e maia­li, men­tre con l’al­tra, impu­gnan­do una ceso­ia, rom­pe­va un luc­chet­to. Un’o­pe­ra­zio­ne arti­sti­ca che fon­de­va l’i­co­no­gra­fia reli­gio­sa con la memo­ria del­le lot­te socia­li del quar­tie­re.

Il mura­les ori­gi­na­le [blublu.org/b/2014/09/20/san-basilio]

Il Comu­ne di Roma inter­ven­ne cen­su­ran­do par­zial­men­te il mura­les, copren­do con ver­ni­ce bian­ca la par­te raf­fi­gu­ran­te le for­ze del­l’or­di­ne. La rea­zio­ne degli abi­tan­ti fu imme­dia­ta: sul­la par­te cen­su­ra­ta appar­ve la scrit­ta “CENSURATO”, a testi­mo­nian­za di come a San Basi­lio i muri con­ti­nui­no a esse­re stru­men­to di espres­sio­ne e resi­sten­za.

Par­te del mura­les cen­su­ra­ta [blublu.org/b/2014/09/20/san-basilio]

Blu com­men­tò sar­ca­sti­ca­men­te:

Il com­pi­ti­no di oggi è que­sto: come rac­con­ta­re la sto­ria di Fabri­zio Ceru­so e del­la bat­ta­glia di San Basi­lio in modo ‘poli­ti­ca­men­te cor­ret­to’? Pote­te invia­re le vostre idee al seguen­te indi­riz­zo: *protected email* (non sono gra­di­ti: misti­ci­smi, mira­co­li, sui­ni, ovi­ni e pos­si­bi­li rife­ri­men­ti orwel­lia­ni).
Il muro è sta­to com­ple­ta­to, qual­cu­no ha gri­da­to allo scan­da­lo, le isti­tu­zio­ni si sono indi­gna­te, i gior­na­li han­no scrit­to, i poli­ti­ci si sono espres­si, i cen­so­ri sono inter­ve­nu­ti.5Blu

La bat­ta­glia di San Basi­lio del 1974 rima­ne una feri­ta aper­ta nel­la sto­ria di Roma. Fu l’ul­ti­mo gran­de epi­so­dio di resi­sten­za col­let­ti­va per il dirit­to alla casa pri­ma del riflus­so degli anni ’80. La mor­te di Fabri­zio Ceru­so, rima­sta impu­ni­ta, sim­bo­leg­gia la vio­len­za di Sta­to con­tro i movi­men­ti socia­li, men­tre la cen­su­ra del mura­les qua­ran­t’an­ni dopo dimo­stra come quel­la memo­ria con­ti­nui a esse­re sco­mo­da per le isti­tu­zio­ni.

Il mura­les cen­su­ra­to [asfalto.archphoto.it/street-art-e-memorials-per-chi-e-morto-in-strada]

San Basi­lio oggi por­ta anco­ra i segni di quel­la scon­fit­ta: la disgre­ga­zio­ne socia­le, i pro­ble­mi di cri­mi­na­li­tà e dro­ga sono l’e­re­di­tà di una repres­sio­ne che spez­zò non solo un movi­men­to di lot­ta, ma il tes­su­to stes­so di una comu­ni­tà. Eppu­re, nel­la scrit­ta “CENSURATO” sul muro, nel­la memo­ria tena­ce degli abi­tan­ti, nel­la sto­ria tra­man­da­ta alle nuo­ve gene­ra­zio­ni, soprav­vi­ve qual­co­sa di quel­la sta­gio­ne: la con­sa­pe­vo­lez­za che il dirit­to alla casa e alla digni­tà non sono con­ces­sio­ni, ma con­qui­ste da difen­de­re.

Tonino Miccichè
Tonino Miccichè
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